Ricerca personalizzata

mercoledì 29 dicembre 2010

Le novità di Ubuntu 10.10 Maverick Meerkat in immagini.

Ubuntu 10.10 ha seguito quella che era la rotta prevista dagli sviluppatori che hanno rilasciato la versione finale della distribuzione lo scorso 10 Ottobre. La settimana scorsa abbiamo proposto un'anteprima dell'intero sistema operativo, analizzandone tutte le principali caratteristiche. Quest'oggi, invece, ci tuffiamo all'interno di Maverick Meerkat, con una breve carrellata di immagini che ne illustrano le novità più significative.

Installazione.

Il processo di installazione di Ubuntu 10.10 si presenta come il più semplice mai realizzato dagli ingegneri Canonical. Pochi passi portano alla procedura di formattazione delle partizioni e copia dei file, durante la quale è possibile configurare alcuni parametri di sistema e avere un'anteprima del sistema operativo.

Figura 1: Il processo di installazione super-semplificato.

Figura 1: Il processo di installazione super-semplificato



Desktop.

GNOME 2.32 rappresenta l'ambiente desktop di default di Ubuntu. Le novità non sono moltissime, e rappresentano per lo più nuove funzionalità presenti nei vari software predefiniti. Gli utenti KDE, invece, possono scegliere Kubuntu, che porta con sé la versione 4.5.2 del desktop basato sulle librerie grafiche Qt.

Figura 2: Gnome 2.32, il Desktop

Figura 2: Gnome 2.32, il Desktop


Temi.

I due temi principali di Ubuntu sono Ambiance e Radiance: uno chiaro, l'altro scuro, costituiscono un deciso passo in avanti rispetto ai temi visti nelle prime edizioni della distribuzione. Ognuno dei due è dotato inoltre di un apposito set di icone che si adatta alla perfezione. È possibile, poi, utilizzare altri temi già presenti o installarne di ulteriori.

Figura 3: I molti temi di Ubuntu 10.01

Figura 3: I molti temi di Ubuntu 10.01


Sfondi.

Per arricchire il desktop con un tocco di classe, il team di sviluppatori ha deciso di fornire una nuova gamma di sfondi, adatti a tutte le risoluzioni e ad ogni monitor disponibile. Per accedere al menù degli sfondi, è sufficiente cliccare con il tasto destro del mouse sul desktop, e scegliere la voce "Cambia sfondo scrivania".

Figura 4: Gli sfondi di Ubuntu 10.10

Figura 5: Gli sfondi di Ubuntu 10.10


Software Center.

Il Software Center di Ubuntu 10.10 si presenta come uno strumento ancora migliore rispetto a quello reso disponibile nella precedente versione del sistema operativo. Maggiori dettagli permettono di avere un quadro più chiaro di ogni applicazione, così come una migliore organizzazione per categorie rende più semplice la ricerca.

Figura 5: Il nuovo software center

Figura 5: Il nuovo software center


Applicazioni.

Il comparto software di Ubuntu è da sempre uno dei più ricchi dell'intero panorama GNU/Linux. I repository ufficiali sono il canale principale per reperire nuove applicazioni, ma è possibile aggiungerne altri di terze parti, tramite lo strumento "Sorgenti Software" presente nel menù "Sistema", alla voce "Amministrazione."

Figura 6: Le applicazioni di Ubuntu 10.01

Figura 6: Le applicazioni di Ubuntu 10.01


Ubuntu Font.

Non solo nuovi sfondi, ma anche un nuovo carattere di scrittura: il font Ubuntu è disponibile sin da subito, ed è impostato in automatico per diversi aspetti del sistema.

Figura 7: Ubuntu font, il font di Ubuntu

Figura 7: Ubuntu,  il font di Ubuntu

Area delle notifiche.

L'area delle notifiche non cambia molto in questa versione, e presenta sempre il classico MeMenu per accedere ai social network. Principale novità è la possibilità di visualizzare il brano in riproduzione in Rhythmbox attraverso l'applet per la gestione del volume, che permette anche di gestire l'esecuzione dei file multimediali.

Figura 8: La comoda area di notifica

Figura 8: La comoda area di notifica


Ubuntu One.

Ubuntu One è lo strumento fornito da Canonical per sincronizzare i propri file tra più computer, al fine di averne sempre copie di backup e trasferirli da un ambiente operativo all'altro in maniera semplice e veloce. Disponibile già dalla prima installazione del sistema, offre ora la possibilità di ascoltare in streaming i brani acquistati su Ubuntu One Music Store tramite un dispositivo mobile basato su Android.

Figura 9: Ubuntu One, per sincronizzare i file tra computer

Figura 10: Ubuntu One, per sincronizzare i file tra computer


Kernel e software di sistema.

I software necessari al sistema operativo sono stati aggiornati alle ultime versioni disponibili. Il Kernel Linux, ad esempio, scende in campo con la versione 2.6.35, mentre l'edizione del server grafico X.Org è la 1.9. Non mancano poi gli aggiornamenti alle librerie di sistema, al compilatore GCC, ed altri strumenti indispensabili.

Figura 10: Il terminale e il monitor di sistema

Figura 10: Il terminale e il monitor di sistema

fonte: Linux HTML



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Come recuperare la password di un utente in Ubuntu.

I sistemi Linux, in un certo senso, sono maggiormente a rischio, in quanto risulta quasi sempre obbligatorio l'inserimento di una password di accesso in fase di installazione, durante la creazione dell'utente principale.

Vediamo dunque come recuperare la password di un utente in Ubuntu.

Prima di procedere, però, è necessario un avvertimento: le due tipologie di tecniche mostrate forniscono pieno accesso al sistema operativo in qualità di utente root, motivo per cui è buona pratica prestare massima cautela durante tali procedure.

Metodo 1: accesso in rescue mode.

Il primo metodo che analizzeremo prevede l'accesso diretto in rescue mode, sfruttando l'apposita voce presente nel menù del boot loader GRUB. Durante l'avvio del computer, dopo la prima schermata che mostra informazioni riguardanti la macchina, inizia la procedura di caricamento in memoria del sistema operativo.

Nel caso in cui sia presente una distribuzione Linux, in questo caso Ubuntu, viene avviato il boot loader. Se è presente un altro sistema operativo, viene mostrata automaticamente la schermata di selezione del sistema da avviare; in caso contrario, per farla comparire è sufficiente premere il pulsante ESC sulla tastiera prima che venga avviato Ubuntu.

Una volta comparsa tale schermata, saranno presenti più voci relative ad Ubuntu, ciascuna relativa al Kernel installato, ed ognuna in duplice copia: quella per l'avvio tradizionale, e quella per l'avvio in modalità di ripristino. Scelgiamo quest'ultima, contraddistinta dalla dicitura "recovery mode", e premiamo invio.



Al termine del caricamento di tutti i moduli necessari apparirà una schermata dall'interfaccia minimale, che permetterà di scegliere tra varie opzioni: tra le tante a disposizione, selezioniamo quella che permette di accedere ad un terminale root, e diamo conferma con invio.



Ci si ritroverà quindi di fronte la riga di comando di Ubuntu, con l'accesso effettuato come utente root. È quindi ora possibile procedere alla modifica della password: supponendo che l'utente sul quale si vuole agire sia pippo, il comando da eseguire è:



Inseriamo quindi la nuova password, ripetiamola e diamo conferma. Procediamo dunque al riavvio del computer tramite il comando reboot: al successivo avvio, sarà possibile accedere tramite la password appena digitata.

Il secondo metodo ricalca le orme di quello già visto precedentemente, rispetto al quale differisce solo nelle fasi iniziali: può accadere in alcuni casi che il primo metodo proposto non porti al risultato desiderato, in quanto al riavvio viene richiesta la password di root per effettuare alcune operazioni di manuntenzione, segno che qualcosa è andato storto.



Una soluzione può essere accedere al terminale root in maniera alternativa: una volta caricata la schermata di GRUB, selezioniamo una qualunque delle voci relative ad Ubuntu, senza ricorrere a quelle relative alla modalità di ripristino, e premiamo il pulsante "e" per accedere alla modifica delle opzioni di avvio. Una schermata con una serie di stringhe mostrerà le diverse opzioni impostate per l'avvio: spostiamoci sull'ultima, quella in cui figura una riga del tipo:

intrd /boot/initrd.img-2.6.xx-generic

Alla quale aggiungiamo la seguente porzione di testo:

init=/bin/bash

Premiamo invio per terminale la fase di modifica, e quindi "b" per avviare il sistema operativo: da ora, una volta caricato il sistema e aperto automaticamente il terminale root, si può procedere come nella procedura precedentemente descritta.

fonte: Linux HTML




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lunedì 27 dicembre 2010

Aptana IDE open source professionale per lo sviluppo di applicazioni web e siti.

Aptana è un IDE (integrated development environment), un ambiente di sviluppo integrato per la creazione di siti e applicazioni per il Web. È un software rilasciato con licenza open source (GNU General Public License): può essere scaricato gratuitamente e utilizzato liberamente anche per scopi commerciali.

Aptana serve a creare semplici siti Internet o applicazioni web complesse. Presenta una qualità e una quantità di funzionalità tali da costituire un'alternativa valida a software commerciali di larga diffusione presso i professionisti del Web, come per esempio Adobe Dreamweaver.

Gli strumenti disponibili attraverso Aptana sono numerosi, molti di essi verranno descritti nel corso di questa trattazione, è però possibile introdurne immediatamente i principali:

* digitare codice HTML, CSS e JavaScript in modo assistito, per la creazione di fogli di stile CSS vengono anche forniti dei suggerimenti dal programma stesso e per il markup HTML sono disponibili tutte le proprietà e gli elementi;
* supporto per l'evidenziazione della sintassi dei codici tramite colorazione;
* auto-completamento del codice in sede di sviluppo per velocizzare la digitazione del listato;
* supporto tramite plug-in per vari linguaggi di sviluppo e programmazione tra cui anche Ruby on Rayls, PHP e Python;
* supporto tramite plug-in per lo sviluppo di applicazioni realizzate per dispositivi mobili come per esempio Apps per iPhone o programmi basati su Nokia WRT;
* possibilità di creare Web application tramite un apposito plug-in per Adobe Air;
* strumenti per la creazione e la gestione di progetti all'interno dei quali sviluppare pagine e applicazioni, include un sistema di visualizzazione per tener traccia delle gerarchie e dei percorsi di file, cartelle e sottocartelle;
* una grande disponibilità di librerie Ajax, tra cui anche il supporto per i framework jQuery, Prototype e Scriptaculous, inoltre sono disponibili plug-in aggiuntive per l'utilizzo di soluzioni basate su Ajax come per esempio MochiKit o MooTools;
* strumenti integrati per il debugging di applicazioni JavaScript grazie all'integrazione di Firedebug con Firefox, la versione Pro di Aptana consente anche di effettuare procedure di debugging su Internet Explorer;
* disponibilità di strumenti per l'interazione con i database relazionali, sia in locale che in remoto;
* supporto completo per il trasferimento di file da locale a remoto e viceversa, l'applicazione potrà essere utilizzata anche come client FTP per l'upload dei propri progetti in Rete o per il download di file in locale;
* "snippets" (frammenti di codice) pronti all'uso per l'inserimento veloce all'interno dei listati;
* grande disponibilità di plug-in per l'estensione delle funzionalità già previste dal core dell'applicazione.

Vediamo come poterlo utilizzare in Ubuntu (la procedura necessita di poche variazioni per essere adattata ad altre distribuzioni).


Tutte le operazioni descritte verranno eseguite impersonando l'utente di root. Per Linux il pacchetto d'installazione (si scarica sempre dalla pagina di download facendo clic su Customize Your Download) del programma è disponibile in formato ".zip" con un peso di poco meno di circa 120 Mb, l'archivio potrà essere scompattato da terminale definendo il percorso di destinazione della cartella contenete i file del programma, ad esempio:

$ sudo unzip Aptana_Studio_Setup_Linux_ x86_2.0.3..zip -d /user/local/

Prima di passare all'installazione dell'applicazione, sarà necessario concludere alcuni brevi passaggi relativi alle dipendenze. Aptana necessita infatti di una piattaforma Linux con installazione dell'ambiente Java, inoltre sarà necessario disporre di XULrunner, un pacchetto di runtime utilizzabile per l'avvio di applicazioni XUL + XPCOM (come per esempio lo stesso browser Firefox), esso mette a disposizione il supporto per l'installazione, l'aggiornamento e la disinstallazione di questo tipo di programmi e fornisce la libreria libxul con cui integrare le tecnologie create dalla Fondazione Mozilla in altre applicazioni.

L'installazione di Java e del plug-in per XULrunner potrà essere effettuata con un unico comando da terminale:

$ sudo apt-get install sun-java6-jre sun-java6-plugin xulrunner

A questo punto non sarà richiesta l'installazione di altre applicazioni, ma prima di utilizzare Aptana sarà necessario creare un piccolo file, da chiamare per esempio runAptana.sh, per permettere l'esecuzione del programma:

#!/bin/bash
export MOZILLA_FIVE_HOME=/usr/lib/xulrunner
/user/local/aptana/AptanaStudio

Si tratta di un semplice file contenente istruzioni da bash che specifica il percorso alla cartella di Aptana. Il percorso presente nella riga 3 dovrà essere modificato con quello scelto in fase di installazione.

Una volta editato e salvato il file, esso dovrà essere reso eseguibile come un comune programma, per far questo basterà impostare il relativo permesso ("x", cioè execution) attraverso il comando chmod:

$ chmod +x runAptana.sh

Fatto questo Aptana potrà essere lanciato con la semplice istruzione seguente da digitare su terminale:

$ ./runAptana.sh

Coloro che desiderano invece creare una voce di menu attraverso la quale lanciare il programma, possono farlo recandosi sul percorso: Sistema / Menu Principale

Qui sarà possibile scegliere il menu dal quale richiamare Aptana, ad esempio Programmazione, effettuata questa selezione bisognerà aggiungere una nuova voce (New item) a cui associare un nome (ad esempio Aptana Studio) e nella quale definire il comando da lanciare indicando come percorso quello al file runAptana.sh, cioè l'eseguibile del programma.


Aptana è un'applicazione molto semplice da utilizzare, ma, essendo estremamente ricca di funzionalità, richiede una certa pratica per poter essere utilizzato al meglio; la sua interfaccia grafica ricorda vagamente quella di altri programmi per la creazione di applicazioni Web, come per esempio Dreamweaver, ed è composta da:

* Un menu orizzontale (1) sia grafico che testuale posto in alto sulla sinistra che integra strumenti per la gestione dei progetti, la configurazione del programma e la modifica delle impostazioni correnti;

* Una barra laterale sulla sinistra (2) che consente di navigare all'interno dei progetti e dei file che li compongono sia in locale che in remoto, all'interno di essa è possibile accedere anche alle referenze dei linguaggi e ad alcuni video tutorials per l'utilizzo del programma;

* Una grande finestra centrale (Aptana Start Page) (3) che permette di creare nuovi progetti, di installare velocemente plug-in e di aprire più schede su cui lavorare in vista codice.

Un "Progetto" in Aptana può prevedere la creazione di un'applicazione Web o di un sito Internet. Per la creazione di un primo progetto sarà possibile fare clic sul collegamento Create new poject presente sulla Aptana Start Page o recarsi sul percorso File / New / Project… del menu orizzontale in alto; si aprirà una nuova finestra in cui sarà possibile scegliere tra le voci General e Web. Selezioniamo con un doppio clic la prima voce (General) e dopo la voce Project.

La scelta del tipo di progetto.

Figura 4: La scelta del tipo di progetto


Fatto questo, si potrà procedere con un clic su Next e accedere alla finestra per la definizione delle proprietà del progetto:


Le proprietà del progetto.

Figura 5: Le proprietà del progetto

Qui dovranno essere indicati:

  • Project name: il nome da associare al progetto, che permetterà di distinguerlo dagli altri progetti creati;
  • Location: il percorso ai file del progetto, Aptana proporrà un suo percorso predefinito ma sarà possibile definirne uno nuovo sulla base delle proprie esigenze di sviluppo;
  • Working sets: permette di definire un progetto come sub-progetto di un progetto creato in precedenza.

Una volta impostate le proprietà relative al progetto, sarà possibile confermare le informazioni passate al programma con il pulsante Finish; a questo punto si potrà accedere in qualunque momento al progetto creato tramite la voce Project del menu laterale del programma.


In Aptana, è possibile aggiungere una pagina ad un progetto con pochi passaggi.

Si immagini di voler creare un semplice documento HTML da aggiungere al progetto generato tramite la procedura descritta nel capitolo precedente, in questo caso:

  • si dovrà selezionare innanzitutto il nome del progetto da quelli elencati;
  • ci si dovrà quindi recare sul percorso File / New / HTML File del menu orizzontale del programma;
  • si aprirà un finestra in cui sarà possibile definire le proprietà del file.


Includere un file HTML nel progetto.

Figura 6: Includere un file HTML nel progetto

La finestra delle proprietà richiede l'inserimento di due semplici dati:

  1. Container: permette di relazionare la pagina da creare ad un progetto, in questo modo la pagina sarà sempre disponibile nel momento in cui si deciderà di lavorare al progetto a cui appartiene;
  2. File name: consente di definire il nome del file che si desidera creare, è molto importante non dimenticare di specificarne l'estensione, in questo caso il programma proporrà in modo predefinito l'estensione ".html".

Una volta definite le proprietà della pagina, basterà fare clic su Finish per cominciare a lavorare su di essa, questa verrà infatti aperta in una nuova scheda nella finestra di sviluppo dell'applicazione.


L'editor HTML di Aptana.

Immagine

Si noti come Aptana sia in grado di inserire autonomamente i principali tag per la delimitazione del markup di una pagina HTML.

Per creare una pagina con Aptana e lavorare sul relativo codice, non è necessario che questa appartenga ad un progetto. Per creare una pagina al di fuori dei progetti esistenti si devono chiudere quelli eventualmente aperti e si deve agire sul percorso: File / New / Untitled HTML File

Successivamente sarà possibile dare un nome alla nuova pagina e scegliere il percorso all'interno del quale salvarla. Le stesse procedure descritte in questo paragrafo possono essere utilizzate per la creazione di file JavaScript o ScriptDoc, fogli di stile CSS, documenti XML e semplici file di testo.



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venerdì 24 dicembre 2010

Subversion software gratuito e open source che nasce come alternativa a CVS.

Subversion (comunemente abbreviato in SVN), è un software gratuito e opensource. Anche se l'utilizzo prevalente di Subversion è da parte dei programmatori, la struttura e le caratteristiche lo rendono utile anche per gestire file di tipo diverso, ad esempio documentazione, manuali, e persino file binari (immagini).

Subversion nasce attorno al 2000 come alternativa a CVS, nel frattempo diventato obsoleto. Il suo intento dichiarato è risolvere i bug e i difetti intrinsechi di CVS, mantenendone però lo spirito e i concetti di base.

Rispetto a CVS, Subversion introduce:

* versionamento delle directories: con CVS il controllo di versione era applicato solo ai file, quindi le operazioni di copia e spostamento tra diverse directory non era gestito adeguatamente. Con Subversion viene tenuta traccia anche del contenuto di ogni singola directory e quindi lo spostamento di un file è a tutti gli effetti considerata una modifica, quindi rintracciabile e reversibile.
* commits atomici: una serie di modifiche viene applicata solo in blocco – se anche solo una di esse crea errori, non viene applicata nessuna delle modifiche inviate. Questo evita la creazione di versioni incomplete che dovrebbero poi essere corrette a mano.
* versionamento dei metadati: è possibile assegnare a file e directory delle proprietà personalizzate – dei veri e propri metadati – e mantenere lo storico anche delle modifiche a queste proprietà.
* astrazione dal livello di rete: l'accesso dal client al repository (cioè al deposito centralizzato dei files) può avvenire attraverso il protocollo HTTP (sfruttando un apposito modulo di Apache), attraverso un apposito server standalone (SVNServe), o direttamente attraverso il filesystem (ma solo nel caso in cui il repository sia situato sulla stessa macchina). In tutti questi casi, i comandi e le operazioni fondamentali non cambiano, così come non cambia la struttura del repository e delle copie di lavoro locali.

Nonostante nel frattempo siano nati altri strumenti, con concetti e soluzioni innovative, Subversion si sta tenendo aggiornato e sembra reggere la competizione.

Il primo è più importante concetto è quello del repository: il deposito dove risiedono i nostri dati. È possibile creare diversi repository su ogni server Subversion; vedremo come ciascuno di essi sia accessibile con un URL specifico.

Per lavorare sui file si utilizza il client SVN per creare una copia di lavoro locale. Tale copia è quella su cui vengono effettuate le vere e proprie modifiche, che poi verranno caricate sul server.

La creazione di una nuova copia di lavoro locale è detta checkout. Contrariamente ad altri sistemi di controllo di versione, in Subversion tale operazione non blocca niente sul server: semplicemente estrae i file per permetterci di cominciare a lavorare su di essi. Si possono fare quanti checkout si vogliono, anche solo per consultazione, eliminando poi la copia locale quando non ci serve più.

Il caricamento delle modifiche locali sul server è detto commit. È quando effettuiamo un commit che entra in gioco il "filtro" di Subversion, con l'obiettivo di controllare e segnalare se le nostre modifiche vadano in conflitto con altre già presenti sul repository.

Ogni commit andato a buon fine genera una nuova revisione, ovvero aumenta di 1 il numero di revisione del repository. Ogni repository parte alla revisione 0.

L'aggiornamento di una copia locale già esistente è detto update. In maniera opposta al commit, si occupa di applicare alla nostra copia di lavoro le ultime modifiche caricare sul repository.

Le operazioni di checkout, commit e update si effettuano con gli omonimi comandi.

I rami (branches) sono versioni separate del progetto, solitamente diversificate per permettere l'implementazione di aggiunte o modifiche rispetto al ramo principale, mantenendo tale ramo principale intatto.

Le etichette (tag) sono un modo per "fissare" definitivamente una revisione che ha un significato particolare, ad esempio il primo rilascio di un progetto. Per non doversi ricordare il numero di revisione, si può etichettare (appunto) la revisione con un nome specifico che risulti mnemonico per noi (es. "Versione di rilascio").

Subversion non è particolarmente schizzinoso relativamente al tipo di dati di cui si deve occupare. Altri sistemi di controllo dei sorgenti possono essere più specifici, ad esempio essere dedicati a un determinato linguaggio di programmazione e includere magari anche un debugger o un compilatore automatico; Subversion non è così.

Qualunque server Subversion può ospitare contemporaneamente sorgenti PHP e HTML, ma anche normale documentazione, guide, articoli, e perfino immagini, brani musicali, e qualsiasi altro file vi venga in mente. Potremmo utilizzarlo anche per salvare le nostre macchine virtuali.

L'unica importante distinzione è tra i file di tipo mergeable e binari. I primi sono sostanzialmente file di testo, in cui le diverse modifiche provenienti da diversi autori possono essere valutate e unite riga per riga, come spiegheremo più avanti. Gli altri file, invece, vengono considerati da Subversion come "monoblocco" e verranno sempre sostituiti interamente (stiamo parlando ad esempio di immagini o brani musicali). In questo secondo caso perdiamo la possibilità di unire le modifiche fatte da diversi utenti, ma rimane valido il controllo di versione vero e proprio, cioè la conservazione automatica e il rapido accesso alle versioni precedenti.

Detto tutto questo, non cadiamo nell'errore di considerare Subversion un semplice sistema di archiviazione e distribuzione. Il suo obiettivo principale è quello di gestire i cambiamenti nel tempo, tenendo a portata di mano una copia di ciascuna versione e dandoci la possibilità di tracciare chi e quando ha introdotto certe modifiche.

Componenti "server".

Sul server devono risiedere i moduli che garantiscono l'accesso al repository, nonché gli eseguibili di gestione. In particolare i componenti significativi sono:

* svnadmin, il programma che permette la creazione e gestione del repository;
* mod_dav_svn, il modulo per Apache che rende disponbile il repository tramite protocollo HTTP – richiede ovviamente una installazione funzionante del server httpd;
* svnserve, il server svn standalone che può – opzionalmente – essere usato al posto del modulo per Apache;
* svn, il client da linea di comando.

Tra l'utilizzo di un modulo per Apache e l'utilizzo di svnserve è consigliabile senz'altro la prima opzione, in quanto ci permette di sfruttare altre potenzialità del Web server quali l'autenticazione tramite file htpasswd e l'utilizzo di sistemi di crittografia (OpenSSL) per proteggere e limitare l'accesso al repository.

Dalla home page del progetto è possibile scaricare le versioni per tutti i principali sistemi operativi. La maggior parte delle distribuzioni Linux include inoltre Subversion nei repository ufficiali dei propri pacchetti.

Il progetto VisualSVN Server offre inoltre un pacchetto "all-in-one" che ci permette di installare su Windows tutti i componenti server necessari.

Componenti "client".

Sul client risiedono i programmi grafici o da linea di comando per accedere alle funzioni di un server Subversion. Il client da linea di comando è spiegato nel dettaglio nel manuale ufficiale di Subversion. Esistono inoltre almeno due client grafici degni di menzione.

* TortoiseSVN, il client “ufficiale” di Subversion per Windows. È gratuito e nella homepage del progetto SubVersion è elencato per primo tra i client ... e questo vorrà dire qualcosa :-)
* SmartSVN, un client multipiattaforma basato su Java, che da altrettante soddisfazioni a chi ha avuto modo di provarlo.

Questi client in particolare vengono utilizzati come estensioni del filesystem; il che significa che non lavorano come un'applicazione separata, bensì offrono i comandi come opzioni del menu contestuale (tasto destro o equivalente su altri sistemi).

I client SVN grafici utilizzano gli stessi comandi per dialogare con il server Subversion (e non potrebbe essere altrimenti); svn checkout, svn commit, e così via. In alcuni casi, tuttavia, offrono delle scorciatoie interessanti per le operazioni più comuni e/o offrono maschere di dialogo che ci evitano di dover ricordare la sintassi completa dei comandi. Inoltre, propongono una maggiore verbosità negli elenchi e nei messaggi di errore, e ci offrono opzioni aggiuntive: ad esempio la possibilità di navigare il repository da remoto.

Oltre ai client citati, esistono anche estensioni per i più noti IDE, quali Eclipse e VisualStudio. In particolare per Visual Studio esiste VisualSVN, prodotto dalla stessa compagnia che produce VisualSVN Server.

Per i fedelissimi della shell, ovviamente è possibile fare tutto da linea di comando.

Un elenco completo dei client di SubVersion è riportato nella home page del progetto stesso. Per il resto di questa guida, utilizzeremo TortoiseSVN, e gli esempi faranno riferimento a questo programma. In ogni caso, i comandi sono comuni a tutti, ed è semplice individuare i comandi equivalenti anche usando un client diverso.

Creazione di un repository.

L'operazione di creazione di un nuovo repository è molto semplice, basta digitare il comando:

svnadmin create 

inserendo il percorso dove creare il repository, ad esempio

svnadmin create /var/svn/repository

Questo comando crea la cartella principale in cui verranno salvati tutti i nostri progetti.

Facciamo subito alcune importanti considerazioni sulla posizione e la nomenclatura di ogni repository.

Anzitutto, a seconda del tipo di file, un repository può crescere molto e quindi è bene prevedere lo spazio necessario.

Una buona scelta, sui sistemi UNIX, è quella di collocare il repository in /var, che oltre a rappresentare l'aderenza allo standard, è utile perchè solitamente nella stessa cartella ci sono i log di sistema nonché vari altri dati che tendono a crescere, e quindi l'amministratore esperto avrà già riservato un po' di spazio in più, e magari anche creato una partizione separata.

Inoltre, potendo creare più di un repository, è pratica comune utilizzare questa possibilità per avere un repository diverso per ogni progetto.

Nel nostro caso, volendo creare un repository specifico per ospitare i vari file HTML che contengono questa guida, il mio comando diventerà:

svnadmin create /var/svn/guidasvn

Attenzione ai permessi sui file! Dopo aver creato il repository, sarà necessario dare all'utente che esegue il server Apache (sempre ipotizzando di aver scelto la pubblicazione via Apache) i permessi di lettura e scrittura su tali cartelle. Presto parleremo anche di come proteggere i nostri dati tramite autenticazione

Cancellazione di un repository.

Attenzione a non confondere la cancellazione di uno o più file e cartelle del progetto con la cancellazione dell'intero repository. Se anche il nostro progetto non ci piace più e vogliamo riscrivere tutto da zero, possiamo comunque usare gli strumenti client per cancellare tutti i file, e poi applicare le modifiche a Subversion, che – coscienziosamente – continuerà a mantenere anche le versioni precedenti. In questo modo, se ci rendiamo conto che qualcosa del vecchio progetto era da salvare, possiamo estrarre una vecchia versione del progetto, magari anche solo per recuperare pochi file.

Se però siamo davvero convinti a cancellare l'intero repository, perchè abbiamo completamente abbandonato il progetto, o l'abbiamo trasportato su un altro server o sistema di controllo di versione, o semplicemente abbiamo fatto dei test seguendo questa guida e ora vogliamo fare pulizia, possiamo cancellare tutto eliminando la cartella che contiene il repository.

Nell'esempio di prima, si tratterebbe di cancellare semplicemente la cartella guidasvn contenuta in /var/svn. Infatti tutte le informazioni di versione e di configurazione di ciascun repository sono contenute nel repository stesso.

Nota: chi si occupa di gestire dei server probabilmente lo sa, ma le cancellazioni vanno fatte sempre con cautela. È utile fare sempre prima una copia di backup; assicurarsi di cancellare solo la specifica cartella, e non tutta la cartella /var/svn e con essa tutti i repository creati. Sempre valido il consiglio di non fare le cose di fretta.

Repository multipli e autenticazione.

Per creare un unico host da usare per tutti i repository è possibile specificare la cartella superiore come DocumentRoot, e poi utilizzare il parametro SVNParentPath al posto di SVNPath. Procediamo con la modifica:

  1. Apriamo il file /etc/apache2/sites-available/svn
  2. Modifichiamo il parametro DocumentRoot dandogli il valore /var/svn/
  3. Sostituiamo la riga
    SVNPath /var/svn/guidasvn
    con
    SVNParentPath /var/svn
  4. Salviamo e chiudiamo il file
  5. Ricarichiamo Apache

In questo modo diciamo ad Apache che nella cartella in questione saranno presenti diversi repository, per cui ora l'accesso a ciascuno di essi richiede che aggiungiamo all'url anche il nome del repository. Nel nostro caso utilizziamo:

http://svn.vd-devel/repos/guidasvn

Saremo in grado di visualizzare nuovamente il contenuto attuale del repository (ovvero il repository vuoto).

A questo punto della configurazione, il contenuto del repository è liberamente disponibile a chiunque abbia accesso al server Web. Possiamo comunque ridurre gli accessi grazie ad un meccanismo di autenticazione.

Autenticazione HTTP.

Non è oggetto di questa guida spiegare i dettagli tecnici dell'autenticazione HTTP implementata da Apache. È comunque possibile ricavare informazioni al riguardo sulla documentazione ufficiale.

Iniziamo invece direttamente dal il comando necessario per creare un file di autenticazione:

htpasswd -c /etc/svn-htpasswd hugo

Nei parametri da passare inseriamo il nome di un file che conterrà l'elenco di coppie username e password, e l'utente per cui sto creando o modificando la password. L'opzione -c specifica la creazione del file, quindi va usata solo per il primo utente, mentre per i successivi basterà:

htpasswd /etc/svn-htpasswd

Ora bisogna segnalare ad Apache che l'elenco di account da usare per gestire l'accesso al nostro sito è contenuto nel file appena creato. Per farlo modifichiamo il file del virtual host (/etc/apache2/sites-available/svn) e aggiungiamo le righe necessarie:

1  
2 LoadModule dav_svn_module modules/mod_dav_svn.so
3 ServerName svn.vd-devel
4 DocumentRoot /var/svn/
5
6 DAV svn
7 SVNParentPath /var/svn
8 Require valid-user
9 AuthType Basic
10 AuthName "Inserisci i dati per l'accesso al repository"
11 AuthUserFile /etc/svn-htpasswd
12

13

Le righe dalla 8 alla 11 indicano ad Apache che bisogna essere dei valid-user (cioè bisogna autenticarsi) per accedere al sito, e forniscono i parametri per verificare l'autenticazione.

Se ricarichiamo Apache e proviamo nuovamente ad accedere via browser, appare la una mascherina intitolata "Inserisci i dati per l'accesso al repository". Immettendo la corretta combinazione di username e password – che abbiamo definito prima tramite il comando htpasswd – possiamo visualizzare il contenuto del repository, altrimenti saremo tenuti fuori.

Questo è solo il primo, più semplice livello di autenticazione e non garantisce una sicurezza elevatissima, soprattutto visto che le password vengono praticamente passate in chiaro via rete.

Esiste la possibilità di stringere le maglie, ad esempio utilizzando AuthType Digest anziché Basic, che evita appunto il passaggio delle password, o ancora meglio utilizzando un certificato SSL per criptare tutto il traffico dal client al server. Sono opzioni che riguardano competenze specifiche di Apache per cui, anche in questo caso, non approfondiremo oltre in questa guida.



fonte: Linux HTML

Screenshots.







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domenica 19 dicembre 2010

BUC (Basta Un Click ) è un software Open Source in grado di trasformare script bash in applicazioni dotate di comoda interfaccia grafica.

BUC (basta un click) è “un parser xml in C affiancato da un generatore dinamico di interfacce in C++ con librerie QT in grado di trasformare script bash in applicazioni dotate di interfaccia grafica ” cit. Trovate video, diagrammi, applicazioni esempio e spiegazioni dettagliate nella chiara documentazione del sito ufficiale.

Il programma sostanzialmente non è altro che un “interprete” in grado di leggere files con estensione .mc, ovvero dei particolari files XML, che contengono, al loro interno, una serie di script bash. In questo modo la vostra abilità nella programmazione bash può essere sfruttata per realizzare delle vere e proprie applicazioni dotate di interfaccia grafica.

Per rendere meglio l’idea facciamo un esempio: “con le conoscenze richieste per scrivere una guida su come riconfigurare xorg sareste in grado di realizzare un intero pannello di controllo, liberamente ridistribuibile a chiunque ed espandibile, che permetterà agli utenti di cambiare la risoluzione dello schermo con un semplice click”.
Installare BUC tramite deb.

Per chi utilizza Ubuntu è sicuramente più comodo installare BUC tramite i pacchetti deb.

Installazione.

Alla pagina download, del sito ufficiale di BUC, trovate disponibili per il download i pacchetti .deb del programma,(per 32bit e 64bit) sia della versione più recente, che di quelle passate.


Una volta eseguito il download del pacchetto .deb per installare BUC bisogna da terminale il comando:


sudo dpkg -i buc-*.deb


Al termine dell'installazione, se tutto è andato a buon fine si aprirà la finestra:


Immagine:Installazione.png‎

Installare BUC tramite repository.

Installazione Ubuntu .

Per installare BUC tramite reposiroty bisogna aprire il file sources.list tramire il comando:

sudo gedit /etc/apt/sources.list

aggiungere alla fine del file:

  • Per ubuntu a 32bit
deb http://buc.billera.eu/ubuntu/ binary/

  • Per ubuntu a 64bit
deb http://buc.billera.eu/ubuntu64/ binary/


chiudere e salvare.


A questo punto bisogna aggiornare la lista dei repositories tramite il comando:


sudo apt-get update

Ed infine installare BUC tramite il comando:

sudo apt-get install buc

Al termine dell'installazione vi si aprirà la finestra di conferma:

Immagine:Installazione.png


Screenshots.
















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sabato 18 dicembre 2010

Come muoverci nel filesystem ed esaminare il contenuto di una directory in Ubuntu.

Esplorare il filesystem con 'cd', 'ls' e 'dir'.

È il momento di imparare una "lingua" che il sistema saprà riconoscere e che ci permetterà di poter interagire con esso!

Prima di iniziare la carrellata di comandi, ricordiamo una cosa: noi saremo quanto più precisi possibile, ma non ci sarà possibile per evidenti motivi spiegare tutte le opzioni per ogni singolo comando: per ogni informazione aggiuntiva che vi interessi avere rivolgetevi alla pagine di manuale digitando

man comando


Ed è finalmente ora di iniziare con l'esplorazione dei più comuni comandi che il nostro Linux ci mette a disposizione. Il primo comando che vedremo, essenziale per muoversi fra le directory e certamente noto a molti, è cd.

cd.

Senza argomenti, cd ci riporta alla nostra home directory; con un argomento, che dovrà essere un nome di directory, cd ci porterà all'interno della directory specificata. Utilizzato con l'argomento -, cd ci riporta alla directory di provenienza. Facciamo un esempio e digitiamo:

cd /tmp

per entrare nella directory /tmp. A questo punto digitiamo:

cd

per tornare nella nostra home directory.

Per finire, digitiamo

cd -

e ci vedremo ancora in /tmp !

dir e ls.

Il secondo comando, anch'esso noto a chi abbia lavorato con un sistema DOS, è dir, che elenca file e directory presenti nella directory corrente, se non altrimenti specificato. Molto spesso, per non dire sempre, al posto di dir si usa il comando ls (abbreviazione per list): essi hanno non solo la stessa funzione, ma anche la stessa identica sintassi: lo potete constatare confrontando le pagine di manuale relative all'uno ed all'altro comando.

Normalmente, ls (o dir) visualizza i file in ordine alfabetico e non visualizza i file nascosti, quelli cioè il cui nome inizia con un punto: per vedere anche questi file, dobbiamo utilizzare l'opzione -a (all) che ci svelerà la presenza anche di due directory: "." e ".."; la prima è la rappresentazione della directory corrente, la seconda della directory precedente nell'albero delle directory: così, con:

ls .

vedremo la lista dei file e delle directory presenti nella directory corrente, con

ls ..

vedremo invece la lista dei file e delle directory (d'ora in poi generalizzeremo dicendo solo "file") presenti nella directory "madre" della directory corrente.

Inoltre, per vedere il contenuto di una directory senza dovercisi spostare, è ovviamente possibile digitare

ls /nome/della/directory

Opzioni di ls.

Ma torniamo alle opzioni di ls: con -l potremo utilizzare il "long listing format", che ci darà maggiori informazioni sui file. Un output potrebbe essere questo:

-rw-r--r--  1 edo   edo     9306 mag 28 18:41 prova.txt
drwxr-sr-x 5 edo edo 4096 gen 13 2001 GNUstep
drwx--S--- 2 edo edo 4096 apr 18 02:08 Mail
drwxr-sr-x 2 edo edo 4096 lug 21 17:23 mirrored
drwx--S--- 2 edo edo 4096 gen 8 2001 nsmail
-rw-r----- 1 edo edo 155403 ago 12 11:42 out.jpeg
drwxr-sr-x 2 edo edo 4096 apr 9 01:56 prove
drwxr-sr-x 2 edo edo 4096 mar 8 15:38 public_html

Qui notiamo molte informazioni in più su ogni file, non solo il suo nome! Ad esempio, vediamo a chi appartiene, la sua grandezza e la data di creazione. Per il blocco di informazioni riportate sulla sinistra non abbiate fretta: lo esamineremo in seguito; per il momento, sappiate solo che è un insieme di caratteri che definiscono le caratteristiche di ogni file.

Altre opzioni, forse meno utilizzate ma sempre utili sono:

OpzioneDescrizione
-hche esprime la grandezza del file in formato più facilmente leggibile (ad esempio, 2K, 32M, 4G, etc.); non ha senso se utilizzato da solo, ma può essere utile accoppiato con -l
--colorche distingue tramite colori i i tipi di file
-Sper ordinare i file in ordine di grandezza discendente
-tper odrinare i file in ordine di creazione discendente (i più recenti in alto)

Per avere tutte le possibili opzioni relative al comando ls, vi rimandiamo alla pagina di manuale del comando stesso.

Operare sui file: 'cp', 'mv', 'rm' e 'mkdir'.

Ora che sappiamo muoverci nel filesystem ed esaminare il contenuto di una directory, concentriamocoi sui singoli file e sulle operazioni che possiamo fare su di essi: vedremo quindi i comandi per copiare, spostare ed eliminare i file presenti sul disco; inoltre, vedremo come eseguire le stesse operazioni sulle directory, imparando anche come crearle..

cp.

Il primo comando è cp, utilizzato per copiare file e directory. La sua sintassi è molto semplice:

cp file_sorgente destinazione

oppure, per la copia multipla di file, si usa:

cp file1 file2 ... fileN destinazione

che permetterà di copiare i file file1 .. fileN nella directory di destinazione. Vediamo un esempio:

cp miofile /tmp

che copierà 'miofile' nella directory /tmp. Se in /tmp esiste già un file chiamato miofile, questo sarà sovrascritto dal nuovo file.

Opzioni di cp.

Vediamo ora le opzioni più importanti di cp:

OpzioneDescrizione
-bEsegue automaticamente una copia di backup di ogni file di destinazione esistente
-fForza la sovrascrittura dei file, senza richiedere interventi da parte dell'utente
-iAttiva la modalità interattiva, che chiede conferma prima dell'evanutale sovrascrittura di file di destinazione preesistenti; il suffisso usato è il classico simbolo della tilde, ~
-pMantiene, se possibile, gli attributi (permessi, ownership, etc.) del file
-rPermette di attivare la modalità ricorsiva, che permette la copia di directory
-v Attiva la modalità verbose, che visualizza in output quello che il sistema ha fatto in seguito al nostro comando


mv.

Dopo aver visto come copiare file e directory, dedichiamoci allo spostamento ed al cambio di nome dei file; tutto questo è fatto con un solo comando: mv, la cui sintassi è:

mv sorgente destinazione               (per rinominare)
mv sorgente directory (per spostare un file)
mv sorgente1 .. sorgenteN destinazione (per spostare più file)

Tramite mv, oltre a cambiare il nome di un file, è anche possibile rinominare una directory o muovere più directory in un'altra directory. Le opzioni di mv sono molto simili a quelle di cp, sebbene in numero minore. Quelle che a noi interessano sono le stesse viste per il comando cp, con l'esclusione di -p che per mv non esiste.

rm e rmdir.

Come ultimo, ci rimane il comando rm, che permette di eliminare file o directory. La sua sintassi è abbastanza semplice:

rm file           (per eliminare un file)
rm file1 .. fileN (per eliminare più file)

Le opzioni di rm sono anch'esse simili a quelle di mv; le più utili sono le stesse che sono state viste per cp, con l'esclusione di "-p" che qui non ha alcun senso pratico.

Deve qui essere aperta una parentesi relativa alle directory: di norma, se siete sicuri di poter elimimare una directory non vuota, potete utilizzare il comando

rm -rf directory

che forza l'eliminazione della directory 'directory' e dei suoi contenuti. Per eliminare una directory vuota, si usa invece il comando:

rmdir directory

A volte, però, tale comando non sembra sortire gli effetti desiderati: nonostante la directory sembri vuota, quanto scritto sopra ci restituisce un errore, dove il sistema si lamenta perchè esistono dei file all'interno della directory che vogliamo eliminare.

Accade spesso, infatti, che per controllare il contenuto di una directory si usi solamente ls che, per sua natura, non visualizza i file nascosti! A questo punto si può procedere in due modi: entrare nella directory e cancellare tali file oppure, se si è sicuri che i file nascosti all'interno di tale directory non sono importanti, si può procedere con rm -rf.

mkdir.

Come ultima cosa, vediamo come creare le directory: il comando è mkdir, la cui sintassi è:

mkdir directory                (per creare una directory)
mkdir directory1 .. directoryN (per creare più directory)

Vediamo un esempio: nella nostra home directory, supponiamo /home/utente, è presente la directory "dir" e vogliamo creare "sottodir" come sottodirectory della precedente. La prima cosa che viene in mente di fare è di entrare in "dir" e lanciare il comando:

mkdir sottodir

È però possibile, e anche molto più comodo, utilizzare direttamente il comando:

mkdir dir/sottodir

con una sola attenzione: il comando

mkdir dir/sottodir sottodir2 sottodir3

non fa quello che ci si potebbe aspettare, ossia creare sottodir, sottodir2 e sottodir3 come sottodirectory di dir; quello che qui accade, invece, è la creazione di sottodir come sottodirectory di dir e la creazione di sottodir2 e sottodir3 allo stesso livello di dir!

Quindi, per non dover scrivere:

mkdir dir/sottodir dir/sottodir2 dir/sottodir3

in questo caso è più comodo entrare in dir e lanciare:

mkdir sottodir sottodir2 sottodir3

Con queste nozioni, potrete certamente iniziare a fare gli esperimenti sulla creazione, rimozione e spostamento di file e directory. Permetteteci però qualche consiglio:

  • utilizzate touch per creare file vuoti con cui operare; il comando touch file crea il file vuoto file; utilizzate invece il comando mkdir (mkdir nomedirectory) per la creazione delle directory
  • spostatevi in /tmp per le prove; è più sicuro e vi eviterà di lasciare file e directory inutili sparsi per il filesystem o, peggio, di eliminare file importanti o di sistema per qualche disattenzione
  • non, ripeto, NON utilizzate l'utente root per queste prove: uno stupido errore di digitazione può, come si dice in gergo, "rasare" un intero filesystem!

In conclusione, ricordiamo che tutti i comandi fino a qui visti permettono di specificare caratteri jolly, quali ad esempio l'asterisco o il punto di domanda. Ad esempio:

rm ab*

rimuoverà tutti i file il cui nome inizia con "ab" seguiti da zero o più caratteri. Invece, il comando:

rm ab?

eliminerà tutti i file il cui nome inizia con ab seguiti da un qualsiasi carattere.

fonte: Linux HTML



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venerdì 17 dicembre 2010

Come gestire il processore e l'alimentazione in Ubuntu: impostare la gestione dell'alimentazione e il monitoraggio dei componenti hardware del sistema

Questa è una fase un po' particolare, ma sulla quale Ubuntu, come le principali distribuzioni, pone particolare attenzione: la gestione dell'alimentazione.

Sappiamo tutti che uno dei terreni in cui le distribuzioni Linux hanno dovuto faticare maggiormete è stato quello del supporto alle nuove tecnologie di risparmio dell'energia, nel controllo del processore e nel monitoraggio degli hard-disk.

Queste tecnologie apportano numerosi vantaggi soprattutto ai computer portatili, permettendo di sfruttare al meglio le già capienti batterie, ma soprattutto consentono di tenere sotto controllo lo "stato" del sistema.

Il primo programma di configurazione da conoscere è quello di gestione dell'alimentazione; lo si avvia da Sistema > Preferenze > Gestione alimentazione.


Il programma, analogamente al pannello di controllo di Windows, consente di impostare, sia per l'alimentazione da rete elettrica che da batteria, dopo quanto tempo mettere in pausa il monitor, dopo quanto mettere in pausa il computer (disattivando, quindi, anche i dischi rigidi) e come impostare la luminosità del display (opzione utile per risparmiare la batteria sui portatili).


Per i portatili si possono poi associare delle azioni relative al livello della batteria o alla chiusura del monitor, tra queste il semplice screensaver, l'arresto del sistema, la sospensione e l'ibernazione. La differenza tra sospensione ed ibernazione è che la prima mette il computer in uno stato di inoperatività che comunque viene interrotta semplicemente premendo un tasto del mouse o della tastiera, mentre l'ibernazione fa una copia della ram su disco e spegne il computer, il quale torna operativo alla riaccensione del sistema.

Si può passare alla modalità ibernazione o sospensione anche semplicemente andando su Sistema > Esci, quindi scegliendo la voce relativa.


3 - Modalità Ibernazione

Per quanto riguarda, invece, il monitoraggio del sistema, si possono utilizzare le comode applet del pannello che consentono di verificare il livello della batteria (e dell'eventuale alimentazione da corrente) e per i processori che lo supportano, la frequenza alla quale il processore sta lavorando.


I processori "moderni" (da due anni a questa parte), compresi i nuovi processori multi-core, possono infatti lavorare a frequenze differenti da quella nominale, ad esempio quando il carico di lavoro scende, il processore può assestarsi su un frequenza (e relativo consumo) più bassa.


Per aggiungere le applet citate, basta cliccare con il tasto destro del mouse sulla barra di Gnome, quindi scegliere Aggiungi al pannello; nella lista delle applet che è possibile inserire, quelle che ci interessano sono Carica batteria e Variazione frequenza CPU.


4 - Aggiungi applet

Scegliendo l'applet che interessa e cliccando su Aggiungi, questa verra inserita sul pannello; si potrà spostare tramite il tasto centrale o da tasto destro e poi Sposta.


5: Applet del pannello

Esiste un applet per il pannello di Gnome, il cui nome è sensors-applet che consente di monitorare in maniera molto semplice la temperatura del processore e dell'hard-disk. L'applet è installabile tramite il pacchetto sensors-applet disponibile nel repository "universe". Per far funzionare anche il monitoraggio della temperatura dell'hard-disk, è necessario installare anche il programma HddTemp, anch'esso disponibile nei repository di Ubuntu.


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